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  • Cinque settimane di ferie ai cavalli di Central Park
  • Cultura
  • 12/05/2010

Cinque settimane di ferie ai cavalli di Central Park

PORTARE a spasso i turisti in carrozzella per Central Park è un lavoro? Sì.
Questo lavoro lo fanno i cavalli? Si.
Dunque, i cavalli sono lavoratori. E pertanto spettano loro le ferie. Cinque settimane l’anno. Obbligatorie. Se qualcuno pensa che sia folklore ideologico o goliardia animalista, questa volta si sbaglia di grosso. Perché è tutto scritto. Nero su bianco. E con tutti i crismi della ufficialità amministrativa. E’ un’ordinanza del Consiglio Municipale di New York (La Repubblica.it 19 aprile).  Incredulità? Sconcerto? Comprensibile. Ma scritto è e scritto resta. Con tanto di protocollo, timbro e firma.
Come si dice in questi casi? E’ un buon inizio. Se poi le cose girano per il verso giusto, si potrà immaginare, più in là, una trattativa su turni, nastro lavorativo e orario effettivo di lavoro. E se, hai visto mai, col tempo dovesse, pian piano, venire fuori una buona pratica di relazioni sindacali, si potrebbe pensare anche ad una ritoccatina alla parte economica diretta (quantità e qualità del fieno, biada, ferratura, integratori, eccetera) e soprattutto indiretta (indennità di fine rapporto, condizioni previdenziali e assistenziali), con un occhio particolarmente attento alle condizioni di vita una volta usciti dall’età lavorativa. Insomma, un po’ di stato sociale per chi da millenni tira, giustappunto, la carretta, senza aver mai sollevato non dico una protesta, ma neanche una obiezione, è il minimo che ci si possa aspettare. Comunque, visto che il primo passo è stato fatto, conviene stare con gli zoccoli ben piantati in terra, accontentarsi di quanto si è ottenuto ed evitare ogni polemica che potrebbe compromettere tutto. Poi, con il tempo, pian piano, se il buon Pegaso vorrà, gli altri diritti verranno un po’ alla volta.
Che è mica roba da mercato all’ingrosso, i diritti. Bisogna conquistarseli uno ad uno. Cercando, allo stesso tempo, però, di non cadere nella trappola del conflitto sociale. E già! Può sembrare un controsenso, ma è proprio così. Bisogna tenersi alla larga dallo scontro. Perché? Perché siamo in America, ragazzi, e non in Europa, dove con uno striscione e due cartelli si mette in moto  l’ira di dio: adunate di piazza, appelli, interpellanze parlamentari, petizioni di intellettuali pronti a firmare tutto e il contrario di tutto. E poi il Papa, che un “urbi et orbi” social-evangelico non lo ha mai negato a nessuno. Negli States non va così. Mobilitazioni, lotte e scioperi non funzionano. Ne sanno qualcosa i controllori di volo, che nell’81 si impuntarono muro contro muro con l’amministrazione Reagan. Ronald la prese parecchio storta. Se fosse accaduto nel vecchio West, si sarebbe messo la stella in petto e li avrebbe impiccati tutti. Ma siccome i tempi erano cambiati e, per di più, lui era troppo occupato con la ‘guerra fredda’ e lo scudo spaziale contro l’impero del male, li licenziò tutti in tronco e risolse il problema.

ANCHE IN EUROPA, però, la lotta dura e senza paura non è stata mica sempre una passeggiata. I minatori inglesi, per esempio. Fra il l’84 e l’85, sotto la guida di quel forsennato rosso malpelo di Arthur Scargill, si ficcarono nel vicolo cieco di uno sciopero ad oltranza che durò quasi un anno intero. Margaret Thatcher, primo ministro di allora, non si smosse (da lì la sua fama di lady di ferro) di una virgola. Disse soltanto che per lei potevano scioperare fino al giorno del giudizio universale. Tanto, i soldi della casse di solidarietà e di mutuo soccorso operaio prima o poi sarebbero finiti. Dunque, non c’era che da aspettare che si cuocessero a fuoco lento nel loro stesso brodo. Insomma, li prese per fame. Conclusione: i minatori di Sua Maestà passarono educatamente dalle barricate al sussidio di disoccupazione.
Anche in Italia la lotta di classe ha passato il suo brutto quarto d’ora. E da allora l’epica del resistere un minuto in più del padrone si è convertita nel più prudente ‘fermiamoci un minuto prima che il padrone… si incazzi davvero’. Era l’autunno dell’80 e gli operai della Fiat, dopo 35 giorni consecutivi di blocco dei cancelli, presero una tranvata in mezzo agli occhi senza neanche accorgersi da dove arrivasse. Sono rimasti intronati per vent’anni. E qualcuno, ancora oggi, si chiede come possa essere successo. E pare che, in momenti di struggente, crepuscolare nostalgia, ripeta ‘però, che tempi!, se tornassi indietro rifarei esattamente quello che ho fatto’.
Eppure, ad occhio e croce, deve pur esserci una qualche differenza fra antagonismo sociale e  coazione a ripetere. In altre parole, credere nell’irrealizzabile potrà anche far bene allo spirito. Attenzione, però: a forza di voler mettere le mutande al mondo, rischiamo di imbragarlo in un super pannolone a dodici strati. Curiosa come weltanschauung, no?Mah, lasciamo perdere.
Tornando alle nostre cinque settimane di ferie, bisogna sapere che non sono cadute dal cielo. Cioè, non è che Michael Blomberg, sindaco della Grande Mela, una mattina si sveglia, si guarda allo specchio e fa: “Michael, ascoltami bene: tu devi passare alla storia. Devi pensare e fare qualcosa che nessuno ha mai pensato e fatto. Pensa. Spremiti le meningi. Se no, te lo puoi scordare il doppio mandato che ha avuto il tuo predecessore Rudolph Giuliani. Se continui con questo insulso grigiore, alle prossime elezioni ti danno il benservito e ti ritrovi solo soletto, come un barbone qualsiasi, a vagare senza meta con il tuo scialbo pacchettino di miliardi sotto il braccio. Avanti! Datti da fare! Tira fuori qualcosa di originale!... Ecco… ci sono: i cavalli di Central Park. Nessuno pensa a loro. Io farò per loro qualcosa di inimmaginabile. Li eleverò a dignità umana. Adesso vado in ufficio e faccio subito una ordinanza che stabilisce il loro diritto alle ferie. New York è la città multirazziale per eccellenza? Bene: io la trasformerò nella prima città in multi animale al mondo”.

NO, LE COSE non sono andate così. Altrimenti ci sarebbe da dubitare delle condizioni psichiche del buonuomo.
La verità è che l’ordinanza c’è davvero, ma non è un delirio del sindaco. E’, invece, il risultato di una lunga e tenace battaglia delle associazioni animaliste, che hanno preso di petto una situazione che stava degenerando di giorno in giorno. E’ vero, cioè, che per come venivano usati, i cavalli di Central Park erano entrati in una condizione di intollerabile maltrattamento. Per raggiungere il loro obiettivo, gli animalisti hanno messo in piedi una operazione a tenaglia. Da una parte hanno attaccato frontalmente l’associazione dei vetturini e dei proprietari dei cavalli; dall’altra, hanno sparato ad alzo zero sull’amministrazione municipale, colpevole, regolamenti alla mano, di non intervenire in un ambito di attività che rientra nelle sue prerogative di vigilanza e controllo.
Di fronte a questo assedio permanente, e prima ancora di verificare il merito della questione, lo staff del sindaco s’è fatto subito due conti: i vetturini e i proprietari di cavalli sono un gruppetto di persone del tutto ininfluente ai fini elettorali. Gli animalisti, invece, sono tanti. Talmente tanti da avere la forza di una lobby capace di buttare sulla bilancia tutto il suo peso. E siccome due più due fa quattro anche a New York, la somma è bella che tirata. Dunque, l’ordinanza.
La quale non può che farci, ovviamente, piacere. Ma ciò non toglie che abbia un sapore vagamente paradossale in un paese nel quale cinque settimane di ferie l’anno, per di più obbligatorie, sono un miraggio per la gran parte delle persone. Allora vogliamo pensare che sia davvero un buon inizio,  non solo per i cavalli. E forse potrebbe non essere un’ illusione, visto che Obama è riuscito a sfondare con la sua riforma sanitaria. 
Francamente ci resta difficile immaginare che da noi, là dove permane l’usanza di  portare i turisti a spasso in carrozzella, le amministrazioni comunali possano avere un alzata d’ingegno simile. Però, se non un’ ordinanza, almeno un ordine di servizio che inauguri in effettivo e costante controllo su quello che succede ai cavalli durante il servizio, potrebbe non essere una cosa del tutto fuori dal mondo. Se non altro, per non vederli schiattare per strada, come è successo. E magari una postilla che impegna i proprietari a non mandare al macello i cavalli quando diventano troppo vecchi per lavorare, sarebbe anche gradita. Conosciamo l’obiezione: eh già! Li mandiamo in pensione. Ma chi li mantiene? Semplice: chi lavora, paga per chi è a riposo. Non funziona così anche per il lavoro umano?

 

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